SCALtramente

Calepino del G.A.L. Serre Calabresi/Alta Locride

Note

TURISMO E CULTURA

di

Pino Michienzi

 Credo che turismo possa a pieno titolo essere sinonimo di vacanza, a patto che si riesca ancora a guardare il mare o la montagna o la natura tutta, con gli occhi curiosi di chi sa scrutare, indagare, scandagliare l’altra Calabria, concetto sublime di cultura magno-greca, i cui tesori apparentemente scomparsi, sono invece beffardamente ignorati da uomini che si prendono gioco del tempo e della storia.

E quelli che sordi non sono e hanno lingua per parlare riusciranno ancora, del mare ad ascoltare i melodiosi fraseggi e chiedere amorevolmente: “O mara de sempa, chi canti, chi cunti cu st’undi sbattendu, cu ‘a schiuma vasandu sta rina lucenta …nessunu capiscia stu vecchiu discurzu chi tu vai facendu ognura, ogni jornu … tu cunti e canti ‘na storia passata…”. Così Achille Curcio, il poeta della Calabria, interroga il mare e con esso dialoga; e il mare cantando risponde con la voce delle Sirene e cunta la storia di Ulisse che questo mare attraversò con i suoi compagni: “Cu l’oricchi mbuddhati a stuppa ‘e cira arrivaru tricentu naviganti; parìa d’amuri fatta chiddha sira e nuddhu nci scegghìu mancu pe amanti”.

E’ la storia passata che racconta il poeta, il mito, come quello istoriato del cantastorie che ci canta e ci cunta di una certa Donna Candia, bellissima sposa rapita dai turchi con l’inganno che, per non essere posseduta, si lascia cadere nel limpido Mare Ionio dall’alto di una torre costruita sull’acqua: “Nun d’ebbi beni maritumma e mancu li turchi-cani”. E il mare dopo quindici giorni la stracquava, restituendola esanime ai pescatori i quali con i so’  capilli  bellissimi ficiaru cordi di cembalu per ci fari la musica”.

Ecco un esempio di come, probabilmente, il turista sensibile vorrebbe conoscere il mare di Nausicaa, di Elena e di Paride, il mare che contiene la fiaba e la fiaba che contiene la civiltà del popolo, la sua storia. E al turista disattento va spiegato bene il luogo che egli ha scelto per la sua vacanza, mettendolo a conoscenza che questa è la terra “…dove vivono ancora le ultime mitologie… dove le Veneri, appena sbarcate, furono rese madri”. Così il grrande, celebre, sensibile Corrado Alvaro, illumina questa terra aspro montana, densa di sentimento e di passione.

Il pensiero corre allora, con un po’ di fantasia, a un immenso cartello chilometrico all’ingresso della porta-confine, che avvisa e immette i turisti nel “Paradiso Calabria”, dove il termine “…Paradiso” è declassato a modesto aggettivo che supporta il ben più eloquente sostantivo terragno …”Calabria”!

Una grande prerogativa di questa terra di santi e di eroi, è che nel giro massimo di un’ora si può raggiungere dal mare la incontaminata e respirosa montagna. E lì, tra pini secolari, grandi silenzi alla clorofilla e amàche annacanti lo spirito, si inseriscono furtivamente anche i briganti che con le loro storie di lupi e lupare, ci accarezzano il cuore con lieve asperità e ci coinvolgono col fascino affabulatorio dell’avventura.

Le imprese del brigante Giosafatte Tallarico raccontate nella prosa di Giuseppe Casalinuovo e che io stesso ho rammentate in lettura per alcuni anni in un importante premio culturale promosso con viva intelligenza dall’amico giornalista Peppino Papaleo in un posto della Sila toccato dalla grazia di Dio dove ricorrevano nomi di fate e di gnomi, è una delle leggende più immaginose e magnifiche che rinfrancano la mente di chi vuole sognare e lasciarsi cullare dentro la fiaba.

Turismo per conoscere, quindi? Certo.

E il visitatore scoprirà quell’altra Calabria, quella sana dei valori alti.

Orgoglio del calabrese è offrire il meglio, proponendo non solo tutto ciò che la natura offre spontaneamente, ma attraverso itinerari programmabili, quello che è il sincero vanto di una terra che non conosce limite di ingegnosità: la sua storia fatta di uomini e di accadimenti. Il turismo infatti ha significato, solo se ha nei suoi contenuti vacanzieri anche la possibilità di fare migliorare le condizioni del sapere. Altrimenti esso rimarrà solo fine a se stesso e sarà vissuto in maniera passiva, senza cioè la consapevolezza di vedere crescere il proprio bagaglio emotivo.

La promozione turistica dovrebbe puntare, dunque, alla valorizzazione del lavoro agricolo, inserendo le stupende opere create dal lavoro contadino in circuiti agrituristici; puntare al recupero dei castelli con allestimenti di mostre d’arte varia e, dulcis in fundo, ristrutturare i teatri greci e romani già esistenti, per la programmazione di eventi teatrali estivi.

Turismo al mare o in montagna, comunque e sempre, legato alla storia della propria terra, binomio inscindibile. Ed in questo serrato rapporto è d’obbligo l’inserimento del teatro popolare, inteso nella sua precisa accezione di teatro di cronaca e di avvenimento, che è la storia essenziale del popolo, assolutamente non identificabile con la farsa dialettale che ci condurrebbe a spettacoli da baraccone, sufficienti appena a soddisfare pruriti di vanità provinciale.

Teatro popolare in lingua o in dialetto, ma vero, concreto, come volano, come forza di trasmissione significativa e convincente, capace di contenere insieme la storia, la favola, la leggenda.

E’ anche questo un modo per farci conoscere e apprezzare dal turista. E’ questo un modo per rivalutare l’economia del territorio e, soprattutto, la tanto perseguita politica dell’accoglienza.

Roma, 10 aprile 2002                          Pino Michienzi

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